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Vangelo della Domenica PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Venerdì 20 Dicembre 2013 23:19

 

 24ª DEL TEMPO ORDINARIO

LA GIUSTIZIA SUPERIORE DELLA MISERICORDIA

 Solo chi ama può capire la misericordia. Sì, perché a volte la misericordia può portare a rinunciare a dare una punizione meritata, a privilegiare una pecora tra cento, a passare sopra all’equità e alla giustizia.
La misericordia conduce il Signore Dio nell’Esodo a «pentirsi del male minacciato» per la grave infedeltà del suo popolo.
La misericordia permette a san Paolo, che si definisce nella lettura di oggi «primo dei peccatori», di diventare un “esempio” per coloro che «avrebbero creduto in lui (Gesù) per avere la vita eterna».
La misericordia spinge a festeggiare con tutti il recupero della pecora smarrita, della moneta perduta, del figliol prodigo, perché la gioia più grande non può non essere condivisa.
Solo chi tiene immensamente a ciò che ama, come quel buon pastore o quel padre misericordioso,  capisce che quel legame è più forte di ogni tradimento, quell’affetto è più forte di ogni incomprensione, quella voglia di ricominciare è più forte di ogni sbaglio. Solo chi ama profondamente sa leggere le ragioni di un peccato, e comprende il suo errore, pur senza giustificarlo.
E solo chi è stato amato davvero può capire l’amore. Perché è il bene dell’altro a essere messo al centro, e viene prima di ogni considerazione sul suo passato e su ciò che è giusto.
Solo chi capisce di essere perdonato, può perdonare davvero.  

23ª del TEMPO ORDINARIO

IL PASSO PIÙ GRANDE

La Parola di Dio che ascoltiamo questa domenica punta in alto, alla vetta della sequela del Cristo. 
Davanti a una folla numerosa che lo segue con entusiasmo, Gesù pronuncia un discorso scomodo, duro, radicale. Sono tre richieste che fanno tremare i polsi, ma hanno senso.
«Se uno viene dietro a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Nella scala dei valori del cristiano, dunque, al primo posto non ci può essere che il Maestro e il suo Dio.
«Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». La strada di Gesù è passata dal Calvario, nondimeno avrà una croce, per quanto diversa, chi ha scelto di seguirlo.
«Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Gesù non possiede nulla, ma ciò gli consente di non avere legami con le cose e un’assoluta libertà. A questa libertà anche i suoi amici sono chiamati.   
Queste tre condizioni sono proprio le promesse di chi consacra la vita a Cristo, come sacerdoti e religiose. Eppure sono richieste rivolte a ogni cristiano, perché ognuno è destinato a mollare gli ormeggi per l’incontro definitivo col Signore, quando lasceremo i cari, le cose, la vita. Ma nulla sarà perso, perché davanti a noi ci sarà tutto questo, in modo differente, e molto di più. 

 

21ª del Tempo ORDINARIO

LA PORTA STRETTA, MA APERTA A TUTTI

Chi fa davvero ciò che è giusto? Chi ha scelto la strada più buona? Chi merita la salvezza di Dio?
Dobbiamo fare attenzione nel giudicare a partire dalle nostre convinzioni e tradizioni. La maggioranza degli Ebrei al tempo di Gesù non aveva dubbi: bastava appartenere al popolo d’Israele, parlare la sua lingua, recitare le sue preghiere al mattino e alla sera. Eppure il profeta Isaia si era espresso chiaramente: «Io (il Signore) verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue… (dalle) isole lontane che non hanno udito parlare di me e hanno visto la mia gloria».
Gesù ribadisce questo aspetto: «Da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno siederanno a mensa nel regno di Dio». E rincara la dose: «Vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
Quando presupponiamo la nostra bontà in virtù una supremazia storica, culturale, etica o religiosa della nostra gente, o peggio, giudichiamo e insultiamo senza obiettività chi viene da altre tradizioni, prendiamo una china pericolosa. Rischiamo di aver conosciuto Gesù di persona, averlo frequentato e pregato a lungo, senza essere riusciti a comprendere e seguire la sua verità e la sua giustizia. Potrebbe dire anche a noi: «Non so di dove siete. Allontanatevi da me». L’amore è la porta della salvezza, certo stretta, ma oltrepassabile da tutti.

 

 

 

 11 AGOSTO 2019 19ª Del TEMPO ORDINARIO

SEMPRE PRONTI

«Pronti?», chiede lo starter prima di far partire la corsa. «Pronto!», rispondiamo al telefono per dire che ci siamo e possiamo iniziare la conversazione. Anche il Vangelo ci chiede di essere pronti. Per che cosa? Per costruire il Regno di Dio; per realiz-zare le cose buone della vita; per accogliere le situazioni e le richieste che ci vengono fatte; per riconsegnare i doni ricevuti temporaneamente, fosse pure la vita terrena stessa.
Gesù usa immagini consuete per il proprio tempo, tratte da una scena nuziale: il padrone che tira tardi e viene accolto dai servi senza indugio e con le luci accese, nonostante non po-tessero conoscere il momento del ritorno (…niente cellulari!).
La vigilanza che Gesù suggerisce non vuole instillare paura o preoccupazione. La giusta attenzione consente di mantenere la serenità, perché la prospettiva non è una tragedia, ma un premio. I servi svegli saranno «beati», felici; addirittura serviti dal padrone, cosa impensabile per le consuetudini del tempo. È proprio ciò che ci prospetta Dio per la fine della nostra vita.
In questa settimana in cui festeggeremo l’Assunzione di Maria al cielo, possiamo prendere come esempio la sua prontezza. «Eccomi!», rispose all’angelo. Una dichiarazione che ripeté ogni giorno della sua vita, in quelli chiari come in quelli confusi, in quelli solari come in quelli tristi. Dio stesso accolse e servì Colei che si era definita umilmente la «serva del Signore».

 

 

4 AGOSTO 2019 18ª Del TEMPO ORDINARIO

ARRICCHIRSI DI DIO

 

Qual è la vita che vogliamo? Di che cosa dev’essere ricca e piena per renderci fieri di essa, e in pace con noi stessi e con gli altri? Quali obiettivi e lavori ci portano realmente alla felicità, terrena ed eterna?
Sono grandi domande che attraversano i secoli, e sono sempre attuali. Già l’autore del libro del Qoèlet, un paio di secoli prima di Cristo, si

accorgeva di quanto fossero vani gli affanni, le fatiche e le preoccupazioni, se ciò per cui si è lavorato non ci dà gioia, sicurezza, senso. Per Gesù i tesori da accumulare non sono materiali, ma interiori, relazionali, spirituali.
Sono discorsi piuttosto impopolari nella nostra società, che spinge sul consumo come antidoto all’infelicità, sulla visibilità come medicina per la solitudine, sui risultati e sul successo come chiave della considerazione di sé. Sappiamo bene che tra i personaggi pubblici imperano i comportamenti oggi stigmatizzati da San Paolo: immoralità, menzogna, cupidigia.  
Dobbiamo chiederci davvero se vogliamo seguire queste sirene o la saggezza della Bibbia; se il segno che sta lasciando la nostra vita ha un impatto positivo o negativo sulla realtà nostra e altrui; se è questo lo stile del mondo che vorremmo lasciare a chi verrà dopo di noi. Ricordiamoci che non sono le parole a educare, ma gli esempi. Dovremmo fare in modo che siano «da Dio», perché è là che, prima o poi, siamo tutti attesi.

 

  28 LUGLIO 2019 17ª Del TEMPO ORDINARIO

IL MAESTRO DELLA PREGHIERA

La preghiera è indubbiamente una tra le attività più antiche dell’umanità. È stato spontaneo alzare lo sguardo invocando qualcosa o qualcuno di più grande di sé per salvare la propria vita dai pericoli, dalle intemperie, dalle paure.
Ogni società ha sperimentato e ritualizzato questi momenti, per trasmetterli alle generazioni successive. Il dialogo con le forze superiori è diventato un volano potente per le proprie azioni o la ricerca di una risposta alle questioni più spinose, come l’ingiustizia o la morte.
La novità di Gesù riguarda il rapporto che invita a instaurare con Dio: rivolgersi a Lui chiamandolo Padre, dialogare con Lui come si fa con un amico, chiedergli direttamente e spontaneamente ciò di cui abbiamo bisogno.
Insegnandoci il Padre nostro, Gesù ci aiuta anche a discernere ciò che è veramente essenziale: il sostentamento di ogni giorno (pane quotidiano), il perdono (dei nostri peccati), la vicinanza e il sostegno interiore (non abbandonarci alla tentazione); per noi e per tutti i nostri fratelli, anch’essi figli dello stesso Padre. Così Dio regnerà e il suo nome sarà Santo sulla terra.
Dio non tiene mai la porta chiusa a chi bussa con fede. Ciò non vuol dire pretendere o ottenere tutto ciò che chiediamo, ma avere la certezza che lo Spirito Santo è il dono più grande che Dio ci può offrire e ci condurrà sempre alla Vita. 

 

 

 

 

 

 

 

 21 LUGLIO 2019 16ª del TEMPO ORDINARIO

IN ASCOLTO DEL SIGNORE

 Marta e Maria sono spesso diventate nell’immaginario cristiano i simboli di due atteggiamenti contrapposti dei seguaci di Gesù: chi predilige la preghiera e chi l’azione, chi la liturgia e chi il servizio. E, a volte, nelle comunità gli uni si rivolgono agli altri con tono di rimprovero.
Sappiamo bene che l’uno non esclude l’altro, anzi, sono ambedue necessari. L’accoglienza ospitale e generosa di Abramo nella prima Lettura gli vale l’annuncio dell’imminenza dell’arrivo del figlio tanto atteso. Così come ricordiamo le chiare parole di Gesù sulla necessità di farsi servi gli uni degli altri.
Nel Vangelo di oggi, tuttavia, Gesù loda Maria perché si è scelta la parte migliore, l’unica di cui c’è veramente bisogno: l’ascolto dell’altro, in questo caso del Signore. Marta sembra smarrirsi in servizi che non sono così necessari all’ospite, perdendosi l’opportunità di incontrarlo, di ascoltarlo, di seguire il suo cammino. Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che c’è un rapporto di amicizia importante tra Gesù e le sorelle di Lazzaro (Marta e Maria). Possiamo dunque capire meglio il richiamo bonario di Gesù a Marta, che non facciamo fatica a condividere: quando siamo ospiti di amici siamo più interessati al dialogo che all’etichetta o ai pasticcini! Dovremmo sempre ricordarci che l’ascolto è la prima cosa di cui tutti hanno bisogno. E l’ascolto del Signore è l’unica cosa indispensabile al cristiano.

 

 

 14 LUGLIO 2019 15ª DEL TEMPO ORDINARIO

CHI È IL MIO PROSSIMO?

Una domanda banale, all’apparenza. È il mio prossimo colui che in quel momento mi è vicino. È mio prossimo un familiare, colui che vive nell’appartamento accanto, il collega d’ufficio, la cassiera del supermercato. È mio prossimo il sindaco o il senzatetto, un top player straniero superpagato o il richiedente asilo che bighellona attorno alla sua attuale residenza. È mio prossimo quel bimbo affetto da malattia rara che vedo in tivù e posso aiutare con una telefonata o un sms, o una persona che incrocio come turista in una nazione lontana che non visiterò mai più. Quando ho fatto qualcosa per qualcuno di questi, ho amato il mio prossimo. Soprattutto se l’ho fatto senza tornaconto, gratuitamente, senza essere ricambiato. 
Ogni giorno della vita abbiamo a che fare con altre persone. Non sempre riusciamo a vederle davvero, ad accorgerci di ciò di cui hanno bisogno. E quando questo succede, spesso abbiamo tante scuse da accampare, ma quella persona ha incrociato la nostra strada, a noi arriva il suo appello e quello del Signore: «Ama il prossimo tuo come te stesso».
Fermati, come il buon samaritano, e prenditi cura di lui. In lui c’è una parte di te, l’immagine dello stesso Dio. 
 

 

 

 

 

 

7 LUGLIO 2019 14ª DEL TEMPO ORDINARIO

COSTRUTTORI DI PACE

Cosa significa essere cristiani oggi? In che modo possiamo mostrare a tutti che Gesù è la roccia sulla quale appoggiamo la nostra vita? Quale compito o missione abbiamo nel mondo?
Le Letture di oggi ci aiutano a rispondere a queste domande. Il profeta Isaia ci esorta a «sfavillare di gioia», rallegrandoci per l’amore di Dio, che si prende cura di noi come una madre: nutre, porta in braccio, accarezza, consola.
San Paolo usa l’immagine delle stigmate di Gesù sul proprio corpo, a significare che i segni di «pace e misericordia» devono essere netti nel nostro comportamento, anche a costo di fatiche e croci, come avvenne a Gesù.
Infine il Vangelo ci ricorda che lo stesso Gesù, inviando i 72 discepoli, ha tratteggiato l’identikit del missionario: uomo/donna di preghiera; mai da solo e messaggero di una comunità; sobrio, fiducioso e determinato; costruttore di pace, portatore di gioia e di salvezza; sereno davanti a rifiuti e persecuzioni.
È, in fondo, il ritratto di ogni cristiano, perché tutti dobbiamo rendere conto della speranza che è in noi (1ª Lettera di Pietro 3,15); tutti siamo chiamati a testimoniare il nostro incontro con Cristo; tutti siamo parte della Chiesa in uscita così necessaria in questo tempo, perché attraverso ciascuno di noi si giocherà la sua forza e la sua sopravvivenza.

 

 

 

 

 

 

 

1 LUGLIO 2019 13ª DEL TEMPO ORDINARIO

UNA FERMA DECISIONE

 Osservando la nostra società, definita “liquida” dagli studiosi, ha senso chiedersi a cosa è ancorata la nostra vita, a quali principi facciamo riferimento per prendere le nostre decisioni, e se la fermezza è ancora una virtù.
Nel Vangelo di oggi Gesù può sembrarci troppo esigente, radicale, esagerato. Si rende conto che la sua strada sta diventando sempre più stretta, e non tutti saranno in grado di seguirlo fino in fondo.
È capitato anche a Lui di sospendere le decisioni, di prendersi tempo per apprendere e comprendere, persino di cambiare opinione: è umano e saggio. Ma c’è un tempo in cui non si può più indugiare, perché c’è soltanto la possibilità di procedere o fuggire, di fare ciò per cui siamo venuti al mondo oppure no.
Gerusalemme rappresenta l’ostacolo più grande per Gesù, eppure è proprio lì, nel cuore dell’Ebraismo, che dovrà testimoniare la verità: la fedeltà a Dio, l’amore ai nemici, la relatività delle cose di questo mondo.
Questo conduce alla vita piena, sconfinata, eterna, dove non ci sono più necessità e paure, dove Dio regna senza odio e ripicche, dove ognuno è amato per quello che è.

 

 

 

26 GIUGNO 2019 - CORPUS DOMINI

LA FORZA DELL'EUCARISTIA

 Le statistiche sono a volte impietose: la partecipazione settimanale all’Eucaristia, nella nostra Italia, è in netto ribasso, soprattutto tra le ultime generazioni. È un peccato, e non solo per chi non ci va. Dobbiamo sempre chiederci se, come comunità, siamo contagiosi nell’annunciare e testimoniare la centralità di questo momento per la vita.
I cristiani non possono fare a meno dell’Eucaristia, come opportunità di cibarsi insieme alla mensa del Signore, Lui che è per noi parola e pane. Gli uomini hanno bisogno di celebrare, attraverso segni e simboli incisivi, le loro appartenenze, le loro scelte, le loro gioie profonde. Teologi e sociologi hanno studiato le liturgie dei tifosi e i meccanismi rituali dei social network, che non sono certo in crisi.   
Nell’appuntamento domenicale della Messa i credenti possono trovare la forza della comunità riunita attorno al Salvatore del mondo, al Signore della storia, a Colui che ha parole di vita eterna. Se non ci fosse stata la lungimiranza di Gesù e della Chiesa primitiva, oggi non potremmo inventarci un modo migliore per incontrare tutto questo. In quel pane preso, benedetto, spezzato e donato dal sacerdote c’è tutta la nostra vita: scelti e benedetti da Dio, a volte spezzati nelle fatiche e nelle sofferenze della vita, siamo qui per imparare a donarci così come ha fatto Lui, cibo di vita per chi è amato da noi.

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 14 Settembre 2019 13:23
 

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